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La dura vita degli ipermercati nei centro commerciali

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Il modello sta cambiando. Il cliente/consumatore sta cambiando. E questi primi dieci anni del 2000 hanno consolidato un trend già chiaro sul finire degli anni ‘90. Prima era l’ipermercato al centro di un sistema che in tutta Europa prevedeva al contorno una galleria commerciale. L’ipermercato fungeva da attrattore, da centro di richiamo e di spesa. Oggi, è tutto quello che c’è intorno a fare da attrattore, e le grandi superfici di vendita degli ipermercati non sono più sostenibili.

Un esempio concreto ce l’ho proprio a portata di mano. In questi giorni, l’ipermercato del brand Carrefour del centro commerciale di Etnapolis (in provincia di Catania, uno dei centro commerciali più grandi del Sud Italia con oltre 100 negozi) ha chiuso lasciando il post a un più modesto supermercato Famila (Gruppo Abate, ovvero Selex) che occupa meno della metà della superficie di vendita dell’inquilino precedente.

Ed è chiaro (secondo gi esperti) come questo modello involutivo non sia da attribuire alla crisi, bensì appunto a un cambiamento culturale: se cambiano i modelli di consumo, le dinamiche, cambia tutto il resto. Grandi strutture comprese, che a questo punto non riescono più a reggersi sulle loro gambe.

Cosa vince?

La galleria, appunto. Ma devono cambiare le architetture, l’organizzazione. E come scrive Danilo Fatelli su MarkUp, qualche modello vincente oggi c’è.

In Italia i casi che più si avvicinano a questo tentativo di innovare il centro commerciale sono, a mio parere, Freccia Rossa a Brescia e soprattutto il Portello a Milano, racchiuso in una soluzione architettonica molto innovativa e originale. In entrambi i casi si tratta di recuperi di siti industriali inattivi da molti anni. Altrimenti la soluzione urbana è contrastata dal fatto che dei centri commerciali si è impadronito il business immobiliare il cui obiettivo è la valorizzazione di terreni extra urbani a basso costo, in zone di sviluppo non qualificate nelle quali il collocamento delle piastre dell’ipermercato e delle medie superficie ripaga l’investimento, i cui veri frutti verranno con la realizzazione di edilizia civile. Poi sarà un problema delle amministrazioni locali garantire servizi e collegamenti pubblici.

2 commenti to “La dura vita degli ipermercati nei centro commerciali”

  1. Molto interessante, anche se suscettibile di molte variazioni. Sto pensando che in alcune aree d’Italia abbiamo sia la più alta concentrazione di centri commerciali, parchi commerciali, superfici di vendita singole sopra i 5000 mq, outlet e piccola distribuzione d’Europa. L’esempio è il nord est da Verona a Trieste. E’ chiaro che tutto non tiene, anche in presenza di una città estesa di quasi sette milioni di abitanti. Gli esempi potrebbero essere Ikea a Villesse (un progetto di 150 negozi, alberghi, tempo libero, attorno ad Ikea) e il progetto di Veneto City tra Pd e Ve.
    In ogni caso, la soluzione non è solo commerciale, ma anche urbanistica, con la ridefinizione del territorio e dell’uso di questo.
    In tutta questa trasformazione, cosa sarà dei centri storici ?

  2. Antonio Consoli scrive:

    Ciao Giovanni. Sì, penso che poi ogni realtà vada calata nel suo contesto.

    I centri storici, senza interventi intelligenti e lì dove non si mettono in piedi sinergie virtuose, muoiono. La mia provincia è quasi tutta un centro storico morto. Ma penso che il discorso possa estendersi un po’ ovunque nella penisola, escluse forse le grandi città.

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