Il growth hacker: chi è? Cosa fa? Quanto guadagna?

growth hacker

Con lo sviluppo dell’inbound marketing c’è stato un naturale sviluppo di nuove figure professionali. Uno sviluppo eccezionale, eccellente anche per il mercato del lavoro, sebbene qui in Italia certi passi in avanti tendono a faticare per procedere. Mentre all’estero, negli Stati Uniti in particolare, possiamo vedere determinate professioni nel settore web perfettamente integrate e ormai comuni nella cultura del lavoro, qui molte aziende ignorano l’importanza e la necessità dell’aiuto di un’agenzia web e dei suoi protagonisti. Certamente un punto debole per lo stato, ma al tempo stesso un’opportunità preziosa per molte persone, di ogni età, che con passione e intraprendenza si affacciano sul vastissimo panorama del web marketing.

Chi è il growth hacker?

Questa rivoluzione comporta anche la nascita pressoché continua di startup e tipi di business che popolano un mercato sì senza confini, ma facilmente saturabile, dal momento in cui “pensarne sempre una nuova”, per dirla in parole povere, richiede davvero tanta creatività e il continuo rischio che, a fare quella cosa alla fine ci ha già pensato qualcun altro. Ed è proprio quando la situazione diventa critica che il growth hacker entra in gioco. Un growth hacker è un professionista del web che ha una profonda conoscenza delle diverse figure coinvolte in un progetto e delle potenzialità che ciascuna di loro deve esprimere, e concepisce come coordinare e mettere in pratica nuove idee, iniziative e azioni mirate allo sviluppo e alla crescita dell’azienda. Attenzione però a non confondere il growth hacker con una sorta di tuttofare e tappabuchi. È vero che le sue competenze devono abbracciare uno spettro professionale ampio quanto specifico, ma il suo unico scopo, come suggerito dal termine stesso, è la crescita del business.

Sean Ellis e il growth hacking

Un esempio, per capire meglio in pratica questo lavoro ci viene dal colosso del file sharing Dropbox. Quando era all’inizio, la presenza di altre piattaforme di file sharing non facevano che gettare ombra su questo progetto, che col passare dei mesi faticava persino a mantenere il servizio per le poche migliaia di utenti che era riuscito a conquistare. Sean Ellis – colui che ha coniato la definizione di growth hacker, entrò in squadra, ed ebbe alcune idee che si rivelarono un vero punto di svolta. Dropbox avrebbe offerto gratuitamente 500 MB di spazio di archiviazione a tutti coloro che avrebbero fatto accesso al servizio tramite l’invito di un amico già utente, e anche a tutti coloro che sarebbero entrati attraverso i propri profili Facebook e Twitter. È chiaro che fare leva anche sui social si rivelò una bomba a effetto domino, che portò Dropbox ad avere decine di milioni di utenti in pochi mesi.

A Sean Ellis quindi non si deve soltanto la definizione di una professione tanto cruciale e innovativa, ma anche l’esempio concreto di come esercitarla al meglio. Lui ha collaborato con il suo team, ma non ne è stato lo strategist, non è stato lui a coordinarli. Lui ha individuato dei punti di forza (la facilità di condivisione, la gratuità del servizio, la possibilità di sfruttare una crescita a effetto domino) e ha gestito il processo che ha condotto a questa svolta. Il growth hacker è quindi anche un leader, consapevole delle potenzialità di ciascun membro del team, e capace di indicare loro quale direzione prendere. Stimola gli altri a svolgere il proprio lavoro in modo più produttivo e redditizio, e inoltre sa leggere e interpretare una grande e varia quantità di dati, ovvero gli unici elementi che possono descrivere effettivamente l’andamento di un business.

Come si diventa growth hacker e quanto si guadagna?

La formazione di un growth hacker dipende quasi completamente da chi decide di intraprendere questa carriera. D’altro canto lo spirito d’iniziativa e la disciplina sono principi che non possono certo non far parte del carattere di un futuro growth hacker. Negli Stati Uniti questa professione può arrivare a garantire uno stipendio che oscilla tra gli 80 e i 100.000 $ all’anno. Qui in Italia deve ancora radicarsi, un vero e proprio New West del lavoro, pieno di opportunità per un innumerevole varietà di business.

Cos’è il Community Management sui Social e perché farà bene al vostro business

community manager lavora sui social

Ormai quasi tutte le aziende hanno un profilo ufficiale sui Social Network. Preso atto che sulla maggior parte di essi non si vende o almeno non lo si fa direttamente, bisogna chiedersi come sfruttare al meglio le loro infinite potenzialità. A cosa serve, dunque, essere su queste piattaforme?

La risposta è che serve soprattutto per avvicinarci ai nostri clienti e ai nostri potenziali clienti; il web ha cambiato profondamente il modo in cui le aziende vengono percepite dai consumatori. Adesso chiunque può dire la sua, fare una recensione sul nostro prodotto, consigliarlo o sconsigliarlo. Serve, ora più che mai, un atteggiamento volto alla trasparenza da parte dei brand.

Gli ingredienti del Community Management: empatia, organizzazione e professionalità

È necessario dunque, oltre la strategia dei contenuti, pensare la strategia da usare per la costruzione di una community attorno al nostro brand. Gli ingredienti per crearla con successo variano a seconda del nostro settore e del nostro target, ma ci sono dei punti fondamentali che vanno sempre presi in considerazione:

  • la scelta del tono di voce con cui rivolgerci ai nostri utenti,
  • l’impostazione di un flusso per la moderazione dei commenti e per il servizio clienti concordato con tutti i nostri collaboratori,
  • un piano anticrisi,
  • presenza di spirito e professionalità,
  • empatia nei confronti di chi ci scrive, anche se si è separati da uno schermo.

Quali sono i vantaggi per il nostro business?

Una community ben gestita farà sentire ogni utente il benvenuto, lo rassicurerà sapendo che c’è qualcuno pronto a rispondere a ogni suo dubbio e a risolvere ogni problema si presenterà con il prodotto che vendiamo.

L’aspetto da non sottovalutare, poi, è il fatto che all’interno di una community, che giri attorno al nostro profilo Twitter o alla nostra pagina aziendale su Facebook, gli utenti che già posseggono il nostro prodotto o apprezzano il nostro brand saranno in grado di diventare il nostro “reparto di Marketing” rispondendo a dubbi, fornendo recensioni positive e divenendo dei veri e propri “Ambassador” per noi.

Questo però, è un risultato che si ottiene solo nutrendo ogni giorno il rapporto con i nostri utenti e facendoli sentire speciali (oltre a fornire un servizio o produrre un prodotto di qualità).

Community Management: best practices

Gestire una Community, l’abbiamo già detto, non è un lavoro facile e, soprattutto, non è un lavoro part-time. Ci sono delle buone norme di comportamento che dovremo seguire a menadito. Gli utenti non ci amano sempre e non ci amano fin da subito, gli utenti vanno conquistati.

Il cammino del Community Manager può essere lastricato di buone intenzioni (da parte sua) e tanti insulti (da parte degli utenti). Ma quali sono le qualità e le buone pratiche che dobbiamo coltivare per fare un buon lavoro?

  • Non rispondere mai con testi copia-incolla. Tutti hanno un documento guida su qualche foglio excel in cui sono elencate le domande frequenti da parte degli utenti e le risposte da dare. E va benissimo; dobbiamo solo avere cura di personalizzare il messaggio per ognuno. Sarà dura, a volte, quando tutti ci chiederanno la stessa cosa, ma questo dovrebbe farci riflettere sul fatto che la nostra strategia di contenuti non sta dando le informazioni giuste e andrebbe con tutta probabilità modificata.
  • Non perdere mai di vista il tono di voce aziendale. Pochi non hanno sentito parlare del vecchio caso studio di Crisis Management fallita da parte di una nota compagnia ferroviaria italiana che qualche anno fa reagì a una polemica scoppiata sui Social rispondendo con tre post chiaramente scritti da tre persone diverse e con tre toni di voce diversi. Tutti e tre però, era chiaro avessero perso la calma. Non fatelo mai, ne va della reputazione della vostra azienda.
  • Rispondete sempre alle recensioni e ai commenti positivi e, soprattutto, a quelli negativi. Non nascondete né cancellate post considerati “scomodi”: i Social non sono il vostro regno e i nodi verranno al pettine in ogni caso. Alle critiche bisogna sempre rispondere in maniera proattiva, fornendo soluzioni e, possibilmente, portando la conversazione in privato.

Ultimamente su Facebook sono molto in voga i Gruppi creati a partire dalle pagine aziendali. E voi siete pronti ad aprirne uno?

Il GDPR rivoluzionerà il nostro modo di progettare per il web

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08Il GDPR ovvero il General Data Protection Regulation (Regolamento Ue 2016/679) è la nuova normativa per il rispetto della privacy online ed entra in vigore definitivamente, senza proroghe, a partire dal 25 Maggio 2018.
È valido in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea e nasce dall’esigenza di proteggere il più possibile gli utenti e i loro dati personali.

Molti professionisti del web, soprattutto chi si occupa di Marketing, stanno vivendo questo cambiamento come un problema in più da affrontare, quando invece dovrebbe essere visto come una nuova sfida a cambiare il proprio modo di lavorare e progettare per il web.

Questa volta l’utente deve davvero essere al centro e la trasparenza e l’usabilità diventano la bussola con cui orientarsi in fase di progettazione.

L’utente deve sempre sapere come verranno usati i dati che ci sta lasciando

Niente di nuovo sotto il sole. Ogni volta che chiediamo dati all’utente che atterra sul nostro sito, sulla nostra Landing Page o sulla nostra applicazione mobile dobbiamo specificare che utilizzo ne faremo.

Prendiamo come esempio il form d’iscrizione alla nostra newsletter. I dati che chiediamo saranno utilizzati solo per inviare comunicazioni di carattere informativo o anche promozionale?
Se chiediamo altre informazioni oltre nome e indirizzo e-mail, per quali fini saranno usate? Saranno vendute a terzi? Quale sarà il beneficio che l’utente ricaverà accettando?

Tutto questo va specificato in una policy dedicata e accettata dalle persone in fase d’iscrizione tramite apposite spunte.

Le persone devono sempre avere la possibilità di modificare le proprie preferenze

Se l’utente si iscrive alla newsletter, al vostro portale o al vostro e-commerce e dà ulteriori informazioni come la sua data di nascita, la città in cui vive e altri dati personali, deve in ogni momento poter ritirare il suo consenso all’utilizzo dei dati che vi ha fornito e, in caso, cancellarli definitivamente dal vostro database.

Qui in particolare entra in gioco la progettazione da fare a monte e durante la quale dovrete chiedervi quale gruppo di dati è necessario al puro utilizzo del vostro servizio e quale invece serve a fornire un’esperienza utente migliore e personalizzata.

Hai il permesso di chiedere solo i dati di cui non puoi fare a meno

È finita l’era delle applicazioni mobile che chiedono l’accesso a microfono, rubrica e fotocamera per offrire servizi che nulla hanno a che fare con l’uso di questi strumenti. I dati dell’utente devono essere protetti e richiesti solo se necessario e solo se ciò comporta un valore aggiunto alla sua esperienza.

Abbiamo l’obbligo di chiedere solo le informazioni pertinenti all’utilizzo del nostro servizio.

GDPR: una maledizione per la Lead Generation?

Un form di iscrizione più breve possibile, si sa, è il modo migliore per fare in modo che le persone si iscrivano ai nostri servizi e ci lascino i dati di cui abbiamo bisogno. Per questo motivo molti professionisti del Marketing sono preoccupati per l’entrata in vigore della GDPR che obbliga l’utente a fare degli step in più nella compilazione dei moduli.
Se l’utente abbandona il form d’iscrizione scoraggiato dalle tante spunte da mettere le performance della nostra campagna peggioreranno.

In realtà dipende dalla metrica che si vuole guardare e dai nostri obiettivi: un utente che sarà passato tramite più step per l’iscrizione sarà un utente davvero convinto e quindi molto più profilato e di valore in confronto a qualcuno che lascia la sua e-mail al volo senza pensarci troppo.

Ci interessano i numeri o ci interessano le persone davvero interessate al nostro prodotto?

Fare soldi aprendo un ecommerce

Aprire un ecommerce: una grande potenzialità, il nuovo lavoro del millennio su internet

Possedere una propria attività imprenditoriale dove vendere la merce può essere gratificante ma aprire ecommerce può riservare anche maggiori soddisfazioni. Divenuto molto comune nel mondo del commercio, un ecommerce è un negozio online in cui è possibile vendere dei prodotti senza disporre di un locale commerciale ma spedendo direttamente gli acquisti ai clienti.

La vendita è solamente una minima parte di questo servizio che comprende anche transazioni finanziarie, gestione ed organizzazione delle vendite, marketing e pubblicità e praticità nel lavorare con i contenuti web. Far soldi aprendo un ecommerce non è affatto un obiettivo realizzabile in breve tempo, ma con impegno e costanza, accumulando sempre più visitatori, la visibilità aumenterà ampliando il bacino di potenziali acquirenti.

Quali conoscenze bisogna avere per avviare un ecommerce

Prima di aprire un sito ecommerce dove vendere i propri prodotti, per riuscire a creare una piattaforma utile a guadagnare del denaro bisogna possedere alcune conoscenze determinanti nella scrittura web e nella gestione dei contenuti nel migliore dei modi.

Se non si possiedono nozioni sufficienti nella programmazione di un sito internet, è preferibile rivolgersi a dei professionisti che possono organizzare l’ecommerce secondo le esigenze del titolare e dei servizi offerti. Questo può essere uno svantaggio poiché richiede un capitale iniziale maggiore, tuttavia la certezza di ottenere uno spazio online ben definito e pronto all’uso vale la spesa.

Il primo passo nel mondo degli ecommerce

Non si può far soldi aprendo un ecommerce senza possedere prima un dominio e uno spazio web dove creare il proprio sito di vendite. Questo è forse il primo vero investimento e, in certe occasioni, la spesa è molto contenuta in base alle potenzialità del servizio scelto.

All’interno dello spazio web bisogna installare un CMS, content management system, ovvero un software che permette la gestione del sito con tutti i suoi contenuti, dalla scrittura all’impaginazione, dall’architettura alla gestione delle abilitazioni.

Quando si inizia a guadagnare con un ecommerce

Per iniziare a fare soldi con un ecommerce non bisogna accelerare i tempi ma lavorare con costanza e pazienza in attesa dei primi risultati. Ovviamente all’inizio è fondamentale garantire visibilità al proprio sito, per questa ragione bisogna investire molto sul marketing e sulla pubblicità in modo da diffondere il più possibile la conoscenza della propria nuova piattaforma per le vendite.

L’obiettivo è raccogliere molti potenziali clienti che, anche senza acquistare, visitino il sito cliccando tra i contenuti. Maggiori saranno i visitatori, maggiori saranno i potenziali clienti e lentamente l’ecommerce comincerà ad acquisire rilevanza nel web. Puoi approfondire metodi per generare soldi con il mondo dell’ecomerce su comefaresoldicon.info

I trucchi per far fruttare il proprio ecommerce

Non esistono delle soluzioni pratiche e rapide per guadagnare soldi aprendo un ecommerce in modo facile, ma è possibile adottare alcuni suggerimenti per creare un sito interessante e funzionale. In primis, è indispensabile utilizzare la propria conoscenza nei contenuti web acquistando libri, leggendo guide ed osservando ecommerce di successo come il colosso delle vendite Amazon.

Bisogna, inoltre, essere determinati e non stancarsi mai una volta intrapreso il progetto, infatti anche una semplice pausa o il ritardo costante negli aggiornamenti può minare il lavoro svolto impedendo di aumentare le vendite e, di conseguenza, abbassando i profitti.

Per portare più potenziali clienti a visitare il proprio sito web, è fondamentale garantire un’ampia visibilità soprattutto utilizzando i social network come una pagina Facebook o Twitter, un canale YouTube, un profilo Instagram e un blog dedicato, per esempio. La pubblicità è impegnativa e richiede uno sforzo costante ma il risultato è pressoché istantaneo.

Per fare soldi creando un ecommerce è impensabile trattare i clienti come semplici numeri, non va dimenticato che si entra in contatto, seppur virtualmente, con persone che vanno trattate con cortesia e gentilezza al pari di un cliente che entra in un negozio. I visitatori devono sentirsi accolti e guidati nella ricerca di ciò di cui hanno bisogno.

Attenzione alla burocrazia anche nell’ecommerce

Come nel mondo reale, non si possono fare soldi aprendo un ecommerce se non si è in regola con la burocrazia. Per questo, prima bisogna provvedere a:

  • istituire una nuova società presso un notaio;
  • aprire una partita IVA;
  • registrarsi presso la Camera di Commercio;
  • presentare la SCIA al proprio Comune;
  • rivolgersi all’Agenzia delle Entrate per fornire tutte le informazioni sulla nuova piattaforma.

In questa fase è preferibile farsi aiutare dal proprio commercialista che saprà indicare la migliore strada da seguire per evitare spiacevoli inconvenienti.

Pro e contro del lavorare da casa

Lavorare da casa: un’opportunità non sempre brillante che ha i suoi vantaggi e svantaggi

Il poter eseguire la mansione lavorativa all’interno della propria abitazione è sicuramente un’opportunità da non lasciarsi sfuggire per molti aspetti. I pro e i contro del lavorare a casa possono mettere in luce le difficoltà e i vantaggi che si incontrano in questa nuova realtà.

Capire le proprie esigenze e se si è in grado di svolgere questa attività, è fondamentale per non incontrare problemi una volta che ci si trova seduti alla scrivania tra le mura domestiche dove la tentazione di distrarsi o di gestire malamente gli orari di lavoro potrebbero minare la propria assunzione.

I vantaggi del lavorare a casa

Sono indiscutibili i pro del lavorare a casa, infatti è una direzione che molti impiegati vorrebbero prendere e che in diverse parti del mondo come, ad esempio, nella capitale britannica sta diventando una vera e propria routine. Sono sempre più numerosi i lavoratori che eseguono anche parzialmente i propri impegni lavorativi in una sede diversa da quella aziendale sotto il controllo remoto dei titolari o di chi gestisce il sistema informatico. Maggiori dettagli sono disponbili su www.lavorocasa.info

Lavorare a casa è un’attività senza tempo

Molto spesso lavorare da casa permette di non avere un orario fisso da rispettare, ciò significa che non è importante quando si esegue una determinata pratica ma se la si esegue bene entro una scadenza prefissata.

Ogni lavoratore è responsabile di sé stesso ed in questo modo anche l’azienda ne guadagna in produttività perché l’impiegato lavora in base ai momenti più produttivi o quando si può maggiormente concentrare. Un particolare che va a beneficio sia della persona sia della qualità della mansione svolta.

La comodità a vantaggio dell’efficienza nel lavoro a casa

Tra i pro del lavorare a casa c’è sicuramente la non necessità di utilizzare automobili o mezzi per raggiungere il posto di lavoro. È sufficiente una scrivania in salotto o in un angolo non utilizzato dell’abitazione per allestire un comodo e pratico ufficio.

La comodità ha ripercussioni sull’attenzione e sull’impegno che vengono profusi in ogni lavoro, infatti il dipendente è più rilassato e più propenso a lavorare dato che molte fonti di stress sono eliminate come il traffico al mattino per arrivare in ufficio.

Lo stress dell’ufficio? Solo un brutto ricordo

Le discussioni, i litigi, le tensioni fra colleghi diventano solo un brutto ricordo lavorando da casa. Per i meno tolleranti poter svolgere la propria mansione a computer senza dover incontrare gli altri impiegati è sicuramente un beneficio apprezzato che va a migliorare la qualità di tutto l’ambiente nel posto di lavoro. Per non parlare dei contatti con i titolari, decisamente più remoti e meno fastidiosi potendo limitarli a qualche telefonata o scambio di email.

Gli aspetti negativi del lavorare a casa

In realtà ci sono anche dei contro nel lavorare da casa che bisogna prendere in considerazione prima di accettare l’offerta di un lavoro domestico. In generale, i vantaggi sono maggiori ma non si può non tenere in considerazione anche ai lati negativi di questa attività.

La mancanza di socialità lavorando a casa

Talvolta, infatti, il lavoro in ufficio può essere piacevole perché si parla con i propri colleghi, si condivide ogni momento e, magari, si può instaurare una splendida amicizia che altrimenti lavorando da casa non si potrebbe avere.

Per questa ragione gli impiegati a casa potrebbero trovare demoralizzante il dover trascorrere tutta la giornata separati dal resto del personale, ma questa è una delle condizioni per poter lavorare comodamente.

Le ore di lavoro a casa in eccedenza

Tra i contro del lavorare da casa c’è, parallelamente al non avere orari fissi, la possibilità di eccedere nelle ore davanti al computer per terminare delle pratiche o semplicemente per timore di non aver fatto abbastanza. Infatti può succedere che senza prestare la giusta attenzione si seguano dei turni di lavoro molto ampi e senza limiti con un problema nella qualità dell’operato svolto.

Per questa ragione bisognerebbe separare in qualche modo l’attività lavorativa dalla propria casa, ad esempio prefissandosi di terminare tutti i giorni ad una determinata ora oppure chiudendo a chiave lo studio per non avere la tentazione di tornare alla scrivania.

È quindi meglio lavorare a casa o in ufficio?

Esaminando i pro e i contro del lavorare a casa, probabilmente molti impiegati sceglierebbero di svolgere i loro impegni comodamente ognuno nella propria abitazione. I vantaggi che si possono ottenere sono troppo evidenti per potervi rinunciare e difficilmente nella vita si riescono ad ottenere più opportunità di questo genere.

Non bisogna comunque dimenticare le problematiche legate a questa soluzione lavorativa che però possono essere mitigate con dei piccoli accorgimenti. Tendenzialmente non costituiscono un impedimento nel lavorare e possono essere tranquillamente accettati considerando i benefici ottenuti.

Come aprire un travel blog e guadagnare viaggiando

Cosa serve per aprire un travel blog

Aprire un travel blog non è certo molto diverso dall’aprire un qualsiasi altro blog. Ciò che lo distinguerà sarà tutto il (molto) lavoro che verrà dopo. Diciamo che ci sono principalmente due aspetti da curare all’inizio, uno personale e uno di natura più tecnica. Innanzitutto dovrete trovare un bel nome per il vostro blog. E non è per niente una cosa banale. Infatti dovete pensare a qualcosa di accattivante, magari divertente, e che soprattutto faccia capire subito a chi legge che cosa troverà in quello spazio. Solo in questo modo attirerete l’attenzione delle persone che potranno diventare vostri follower. Naturalmente, giusto per complicare un po’ le cose, il nome deve essere disponibile, ovvero originale e non utilizzato da qualcun altro. Dal momento che di travel blog ne esistono un’infinità, affinché il vostro venga prima notato e poi apprezzato nella mischia deve essere unico. Il modo più semplice per ottenere questo è forse far sì che il blog vi somigli il più possibile.

Nessuno è identico a voi. I contenuti scritti dovranno essere coerenti ad una storytelling, ovvero ad un vero e proprio racconto dal quale traspaiono non solo la vostra esperienza, ma anche le vostre sensazioni, le vostre emozioni, tutto collegato da quel fil rouge che è la vostra voce, la vostra personalità. Limitarsi a scrivere articoli su cosa si è visto e dove non farà mai emergere il vostro racconto. Ovviamente tutto questo vale anche per le foto e i video che deciderete di pubblicare. Dovrete farne molti per poter trovare finalmente un vostro stile, una sorta di firma introvabile sugli altri blog.

Segue poi l’aspetto più noioso, quello tecnico. Se trovate però dei buoni tutorial online riuscirete a cavarvela benissimo anche se siete alla vostra prima esperienza, e in poco tempo. È importante scegliere un hosting valido sul quale caricherete i vostri contenuti. Ce ne sono di ottimi per pochi euro all’anno. Ebbene sì, se speravate di cominciare a guadagnare senza sborsare nemmeno un centesimo, non è così che funziona. Dovrete installare WordPress, o un software analogo, e imparare, sempre grazie ai tutorial, come utilizzarlo e come sfruttarne tutte le potenzialità. Forse all’inizio sarà un po’ noioso, ma imparerete in fretta e molte cose poi vi riusciranno automatiche. Le potenzialità possono essere sempre incrementate, quindi installare dei buoni plugin vi permetterà di gestire al meglio e proteggere al meglio il vostro lavoro. Con i plugin preoccupatevi in primis di proteggervi dallo spam, di gestire la SEO, monitorare le prestazioni e favorire il social sharing. Anche qui, potreste dover investire qualche soldo, ma ne varrà la pena se questa davvero è la vostra passione.

Il travel blog e i social media

Quando il vostro travel blog sarà pronto per essere online, appoggiarvi ai social media è un ottimo sistema per favorirne la diffusione e la popolarità, andando ben oltre alla solita cerchia di amici e familiari… Condividete i post del vostro blog su Facebook, ovviamente settando la privacy come pubblica – come potranno altrimenti essere visualizzati non soltanto dai vostri amici e conoscenti? Create un buon profilo Instagram, selezionando i vostri scatti migliori e coinvolgendo il pubblico in tempo reale grazie alle storie, come anche alle dirette di Facebook.

Fate in modo che le foto, anche nel loro insieme, così come appariranno sul vostro profilo seguano uno style preciso e personale. Curate quindi i colori predominanti, il tipo di soggetti che sono rappresentati. Certamente generate immagini di buona qualità, ma evitate scatti da rivista patinata, privi di personalità e di carattere. Su Youtube create un vostro canale specializzato, e arricchitelo regolarmente con video coinvolgenti e interessanti. Quando avrete raggiunto un numero abbastanza alto di follower, fate un pensierino anche a Twitter, attraverso il quale potrete interagire in modo ancora più diretti con la vostra nicchia di follower. Esatto, proprio una nicchia specifica. Se lavorerete in modo che il vostro blog piaccia semplicemente a tutti, starete perdendo tempo. Uno dei sistemi migliori per farsi notare e fidelizzare un crescente numero di follower è individuare un target di riferimento. Viaggiate solo accompagnati dal vostro cane? Scegliete le mete in base ad un cammino spirituale che state intraprendendo? Oppure viaggiate con lo scopo di vivere le esperienze più adrenaliniche? In altre parole, a quali persone in particolare volete rivolgervi? L’esperienza social potrà aiutarvi anche a capire questo, dando al vostro blog progressivamente uno stile ben preciso.

A cosa serve un piano editoriale

Creare un piano editoriale significa organizzare per tempo i contenuti che volete pubblicare, facendo in modo che possano andare online con una cadenza sufficientemente frequente e soprattutto regolare. Perché se una persona comincia a seguirvi, ma dopo una settimana o due vede che non pubblicate più niente, allora smetterà di farlo. E affidarsi soltanto a cosa si posta sul momento può rivelarsi complicato e controproducente. Quindi, se durante la giornata di viaggio avete sperimentato diverse esperienze, create per ciascuna un post, correlato delle dovute immagini e video, e postatele in più momenti.

Per mantenere un blog vivo e attivo dovreste pubblicare almeno tre articoli alla settimana. Logicamente dovrete anche seguire quei post, ovvero rispondere agli eventuali messaggi che vi verranno inviati. L’interazione con gli utenti è vitale. Ma se rischiate di impazzire a stare dietro a tutti i social, sfruttate strumenti come il Business Manager di Facebook, con il quale potrete anche programmare i vostri post, che verranno poi pubblicati automaticamente. Oppure aiutatevi su Instagram con app quali Later, con la quale potrete garantire una pubblicazione regolare e frequente.

Cosa distingue un travel blogger professionista, ovvero come guadagnare

Ma quando avviene la magia, ovvero quando da blogger amatoriali diventate dei blogger professionisti, guadagnando quindi da ciò che fate? Naturalmente la cosa richiede tempo e pazienza. Magari i vostri primi introiti non saranno proprio stellari, ma con costanza e impegno riuscirete a farli aumentare mese dopo mese. Intanto vi ricordiamo ancora una volta l’importanza di rivolgervi ad un target ben specifico. La domanda che dovete porvi è “perché una persona dovrebbe seguirmi?”, e la risposta non deve certo limitarsi a un “perché pubblico cose belle”, bensì al fatto che voi pubblicate cose interessanti, in grado di fornire informazioni specifiche che sono difficili da reperire da altre fonti.

Cercate i temi più inflazionati, più famosi. Perché? Per evitarli! Per evitare di pubblicare qualcosa di ridondante e già sentito. Interagite invece con i vostri “colleghi” più famosi. Prendere uno spunto è legittimo, ma dovreste farlo soprattutto con l’obiettivo di farvi pubblicare sui loro spazi dei guest post, cosa che andrà anche a pieno vantaggio della vostra notorietà. Se raggiungerete poi il livello di influencer saranno i brand di settore poi a contattarvi per richiedere di comparire (ovviamente a pagamento) nei vostri post. Vi diventerà familiare il concetto di affiliate marketing, e potrete sviluppare delle partnership, garantirvi degli sponsor, magari proporre delle promozioni. E non abbandonate mai il pensiero trasversale. Infatti sta a voi trovare sempre nuove idee e iniziative, come organizzare dei tour appoggiandovi, anche economicamente, alle strutture, create e-book o guide sulle vostre mete da vendere online, affittate spazi pubblicitari e persino offrite dello consulenze, magari proprio a chi sta per intraprendere quest’esperienza della quale finalmente sarete diventati degli esperti. Affidabili e corretti.

Cos’è l’inbound marketing?

Chiunque oggi gestisca un’attività o un’impresa è tenuto a conoscere bene i meandri dell’inbound marketing. No, non c’è da spaventarsi…

È il nuovo modo di fare marketing, dove le lungaggini e le risorse sprecate, in tempo e denaro, del marketing tradizionale (outbound) vengono superate da un sistema nettamente più proficuo e di maggior resa, che mira quindi a farti investire il necessario per il necessario, senza perdite. Naturalmente tutto grazie ad un accorto sfruttamento del web e di alcuni suoi strumenti.

Nell’inbound marketing si distinguono quattro fasi con le quali è abbastanza semplice e intuitivo familiarizzare. Se poi le affianchiamo al supporto professionale di una buona agenzia SEO la riuscita con successo del progetto è a portata di mano, per tutti. Se invece sei un cliente, conoscere questi meccanismi ti permetterà di interagire in modo più consapevole con il prodotto o il servizio che ti interessa acquistare.

Prima fase: attirare

Nell’inbound marketing non c’è alcun interesse nell’attirare indistintamente l’attenzione di tutti. Occorre rivolgersi al pubblico potenzialmente interessato al prodotto o al servizio che si intende vendere. Per individuare il cliente tipo, il buyers persona, si creano dei contenuti che si rivelino interessanti, ma soprattutto utili. Articoli specializzati nel settore, video, immagini che possano essere pubblicati su un blog e poi condivisi sui social media. Qui il contenuto scritto ha una rilevanza particolare, dal momento che un buon copy sa utilizzare e gestire le keywords legate al tuo campo d’azione necessarie alla SEO per farti ottenere il miglior posizionamento possibile sui motori di ricerca. Il 78% di coloro che navigano su Internet effettua quotidianamente delle ricerche online per trovare prodotti e servizi. Di questi molti lo fanno non solo da desktop, bensì prevalentemente da smartphone. È estremamente importante quindi che i contenuti siano presentati su dei siti responsivi, ovvero in grado di adattarsi al display sul quale vengono visualizzati. Questi contenuti poi devono essere diffusi sulle tue pagine e profili social, in modo che possano avere una buona visibilità, nonché la possibilità di essere condivisi dagli utenti che ne sono interessati.

Aprire un blog dove si racconta la tua attività (per esempio: produci pentole?) come avviene, come si ottiene il prodotto finale, chi ci lavora attraverso post scritti accompagnati da immagini e video creati ad hoc, è un buon start su cui operare una SEO mirata e ben gestita, cosicché chi cerca online (sempre nell’esempio di prima) “padella antiaderente” potrà trovare un link al tuo sito tra i primi risultati. Per non parlare dei social, dove i post migliori possono diventare persino virali…

Seconda fase: convertire

Convertire cosa esattamente? In verità quello che si converte è proprio il visitatore che ha visualizzato quel contenuto in una lead, ovvero qualcuno che ha dimostrato attivamente interesse per ciò che viene offerto, scaricando del materiale sul proprio dispositivo, desktop o mobile, inviando una email per informazioni, o persino chiamando un numero che si era messo a disposizione. Perché avvenga questa magia è importantissimo che il link da cui si è partiti porti ad una landing page valida e ben strutturata.

La lead qui deve trovare informazioni soprattutto utili e attendibili, sempre grazie a contenuti originali di alta qualità, al punto da indurla a interagire spontaneamente in modo attivo. Come? Attraverso delle CTA (le Call To Action, link che possono portare, per esempio, ad un e-commerce, o anche semplicemente all’iscrizione ad una mailing list) o dei form in cui registrare i propri dati personali – sempre in linea con la normativa sulla privacy vigente, ovviamente. Usiamo ancora l’esempio delle pentole. Dopo aver letto sul blog una ricetta possibile grazie a quella pentola in particolare, o dopo averla vista in uso su un video su Facebook, la lead clicca sul link che apre la pagina, in cui saranno ad aspettarla tutti i dettagli relativi alla pentola, e magari anche come acquistarla comodamente da casa.

Terza fase: concludere

Concludere cosa? L’affare, naturalmente! Trasformando finalmente la lead in un vero e proprio cliente. Qui entrano in gioco strumenti quali le DEM, ovvero email inviate direttamente a chi ne ha fatto richiesta, grazie ad una mailing list che non sarà stata acquistata (come nell’outbound marketing, che peraltro presenterebbe molti indirizzi di utenti non interessati a quel particolare prodotto o servizio), ma che avrai generato dall’intervento di utenti interessati che difficilmente getteranno quel messaggio nel cestino senza nemmeno leggerlo.

Signals è invece il tool che rende possibile monitorare la campagna DEM, studiandone l’andamento, i click, le letture, dati utili ad ottimizzare e migliorare questo processo in itinere e in tempo reale. Si tratta di un lavoro tecnico e complesso, e qui il supporto di una agenzia SEO professionale può davvero fare la differenza tra un esperimento “amatoriale” e un intervento ben strutturato e di successo. Si tratta di fare un investimento sull’attività in cui credi, in modo che possa funzionare e crescere e renderti il profitto a cui hai sempre mirato.

Quarta fase: fidelizzare

Se il nome della terza fase ti ha indotto a credere che finisse tutto lì, ti sei sbagliato. L’ultima fase è altrettanto cruciale come le altre, dal momento che ha lo scopo di trasformare il cliente del primo acquisto in uno abituale, talmente soddisfatto da parlare bene del tuo prodotto e del tuo servizio ad altre persone, spontaneamente. Bello, no?

Per fare questo logicamente significa che il lavoro online non è certo finito lì. Bisogna raccogliere i dati, analizzarli ed elaborarli in modo da ottimizzare e migliorare ogni fase del processo. Dal momento che l’inbound marketing è concepito per adattarsi il più possibile a ciascun individuo, o meglio a gruppi di individui che condividono lo stesso interesse, tenere aggiornate tutte queste fasi è di vitale importanza. Ci vuole tempo, e sottolineiamo di nuovo l’importanza di una buona agenzia SEO, che può far funzionare tutti questi ingranaggi lasciandoti tutto il tempo che vuoi da dedicare alla tua attività. Tempo che magari potrai gestire in modo da realizzare anche un intervento offline. Ovvero partecipare a fiere e convegni, dimostrazioni, eventi che mettano le persone fisicamente a contatto con te e con ciò che offri. Un passaggio delicato e irrinunciabile, perché chiunque acquisti qualcosa vuole prima o poi vedere con i propri occhi la persona a cui dà i propri soldi. Così nascono clienti soddisfatti, ovvero clienti abituali. Ovvero clienti che ti faranno tanta pubblicità. Questa volta, gratis.

A cosa serve un blog aziendale

Dare un volto all’azienda

Avete mai pensato di fare della vostra azienda un blogger? Solo in Italia sono in rete più di tre milioni di blog, e il 60% di chi naviga ne ha visitato uno almeno una volta. In ogni caso circa 10 milioni di persone sono utenti abituali di un blog, e di questi almeno la metà interagisce con domande e altre interazioni tramite i loro post. Così come accade per qualsiasi altro blogger, un’azienda ha la possibilità di raccontarsi e di interagire con gli utenti attraverso il proprio blog.

Chi è quell’azienda? Cosa c’è dietro quel logo? Sono domande molto importanti che tutti i consumatori si pongono, cercando poi le risposte sul web. Un blog può fornire queste risposte, e molto altro. Infatti attraverso i contenuti scritti e multimediali l’azienda può trasmettere al pubblico come viene realizzato il suo prodotto, chi è che lo realizza, secondo quale policy e come viene trattato il cliente. I contenuti multimediali hanno poi il vantaggio di poter essere condivisi sui social media, e se sono ben riusciti possono persino diventare virali, contribuendo consistentemente alla buona popolarità del brand.

Quali aziende devono aprire un blog?

Se fino ad oggi avete pensato che alle piccole e medie imprese non convenga dedicare molte risorse al web, oppure al contrario che ad una grande azienda un buon sito internet sia più che sufficiente beh, vi siete sbagliati di grosso. Una piccola attività, grazie ad un buon blog, può intercettare nuovi clienti, può mostrare agli utenti come avviene il proprio lavoro, che cos’è che lo rende davvero unico e speciale, rivelando quel valore aggiunto che solo una PMI può garantire. Attraverso il blog potrete presentare i vostri artigiani e operatori, mostrare le tecniche utilizzate e l’origine delle materie prime, il tutto contando sulla complicità degli utenti che vi seguiranno, e che condivideranno i vostri contenuti alimentando la popolarità del vostro marchio.

Una grande azienda invece può finalmente scrollarsi di dosso il cliché di un brand colossale quanto impersonale. Grazie a iniziative attuali come lo storytelling, l’azienda può letteralmente raccontare chi è e cosa fa, ma anche come lo fa. Un altro vantaggio sta nella possibilità di comunicare eventi ed iniziative sia internamente che esternamente. In questo modo tutti i vostri collaboratori saranno sempre aggiornati in tempo reale sulle vostre attività, con trasparenza. Questo naturalmente ne incoraggia anche la partecipazione, e impedisce a chi lavora per voi e con voi di sentirsi isolato. Con un blog potrete illustrare nel dettaglio la vostra policy sui lavoratori e sul prodotto finale, dimostrando che dietro un brand ci sono sempre delle persone. Persone con le quali peraltro adesso si potrà anche interagire direttamente sul blog.

Comunicare con i clienti

Il successo di un negozio sta anche sul rapporto che viene costruito con i clienti. Se una persona sa non solo di trovare ciò che cerca, ma anche di poter contare sull’affidabilità del venditore e su un trattamento cordiale, ecco che quel cliente tornerà. Ma come fare quando il proprio bacino di utenza si estende a tutto il paese, o addirittura a tutto il pianeta? Il blog permette una comunicazione bidirezionale in tempo reale con tutti i suoi utenti. Il brand può organizzare dei test su un prodotto in fase di lancio, per esempio, garantendosi un feedback immediato e diretto.

La possibilità dell’utente di potersi esprimere in questo modo lo fa sentire valorizzato ed apprezzato, il che fa bene non solo alla fidelizzazione della clientela, ma anche alla forza di quel brand. L’utente può davvero dire che sa che cosa sta acquistando, oppure di che tipo di servizio sta usufruendo, e in che modo questo viene realizzato, se segue realmente le proprie esigenze e i propri valori. Inoltre il linguaggio del blog può essere informale, senza mai perdere per questo affidabilità e senza intaccare minimamente la propria reputazione. Basta con noiosi e freddi testi in stile di comunicato stampa! Nessun cliente li leggerà mai per intero, a discapito di qualsiasi contenuto venga illustrato. Infine, comunicazione e social media sono sempre andati di pari passo. Il post di un blog consiste in un contenuto di alta qualità per qualsiasi profilo social. Questo è molto importante, perché vi permette di avere sempre a disposizione nuovi post con contenuti interessanti e accattivanti, stimolando le interazioni quali commenti e condivisioni.

Un blog ben realizzato non può che catturare l’attenzione degli influencer del settore, i quali a loro volta produrranno nuovi contenuti legati alla vostra attività, al brand, promuovendone la popolarità. Con un blog la vostra immagine sarà finalmente chiara e coerente, precisamente come voi intendete comunicarla.

Il blog fa bene alla SEO

Essere ben posizionati sui motori di ricerca è sicuramente uno degli obiettivi principali di qualsiasi attività odierna. Google favorisce i link che mettono a disposizione contenuti consistenti e originali. Un blog presenta una grande quantità di contenuti scritti e originali, assolutamente essenziali per la SEO. Inoltre generare quei contenuti non sarà affatto difficile, se permetterete a chi lavora con voi di scriverli. Questo non solo aumenta l’umanizzazione del vostro brand, dandogli letteralmente la voce di chi lavora. Creare una sorta di redazione interna farà sentire chi lavora con voi attivo e partecipe a più livelli. Per non parlare dell’arricchimento di quel linguaggio informale di cui parlavamo prima. Più autori significano più voci, rendendo la vostra un’immagine ricca e unica. I blog poi hanno solitamente indirizzi diversi da quello del sito aziendale, il che naturalmente offre un consistente vantaggio costituito dai link che vi rimandano.

Il blog non vi costa (quasi) nulla.

Esistono diverse piattaforme sul web che vi permettono di pubblicare un blog, la maggior parte delle quali sono totalmente gratuite. L’unica risorsa che dovrete impiegare è il tempo, soprattutto nel primo periodo. Questi siti vi propongono dei template predefiniti, starà a voi decidere come e con cosa gestire i vari spazi. Una volta che tutto il lavoro sarà impostato, tenerlo aggiornato sarà semplice e richiederà molto meno tempo. L’unica accortezza che vi suggeriamo è quella di appoggiarvi ad un professionista per la parte grafica. L’estetica e la funzionalità di ciò che presenterete è fondamentale, e merita quindi che ci investiate anche un po’ di risorse economiche.

Cos’è Google AdWords e a cosa serve

Chi lavora all’interno del mondo del Web Marketing ha sicuramente avuto a che fare numerose volte con Google AdWords. Fa infatti parte di molte strategie sviluppate dai consulenti SEM e SEA, con lo scopo di migliorare il posizionamento di un sito sui motori di ricerca. Questo è l’obiettivo degli specialisti del settore, i quali adottano diverse tecniche a seconda delle necessità e delle richieste dei clienti stessi. Google AdWords rappresenta in questo caso un ottimo mezzo per essere competitivi sul web ed ottenere ottimi risultati.

Ma che cos’è Google Adwords?

Google Adwords è la piattaforma pubblicitaria appartenente a Google. Si tratta di un servizio online di advertising che permette di inserire spazi pubblicitari all’interno delle varie pagine di ricerca di Google stesso.

Gli annunci inseriti vengono visualizzati sopra i risultati di ricerca non a pagamento (o nella colonna sulla destra) e sono selezionati da un algoritmo che tiene in considerazione le parole chiave cercate dall’utente che svolge la ricerca stessa. In questo modo, gli annunci mostrati sono pertinenti allo scopo dell’utente.

La promozione avviene dunque attraverso il posizionamento non organico, quindi sugli spazi che Google ritaglia sulla pagina.

Anche gli altri motori di ricerca possiedono piattaforme simili, ma è Google a dominare nel mondo il settore del Search Marketing. La maggior parte degli utenti passa infatti da Google; quindi, per chi possiede un e-commerce o un sito web e vuole pubblicizzare i propri servizi, è ormai fondamentale sfruttare in modo adeguato Google AdWords e cercare di restare competitivi all’interno di un mercato tanto affollato.

Google AdWords e le keywords 

Le keywords (o parole chiave) sono fondamentali per dare vita ad una campagna pubblicitaria su Google AdWords.

Come per il posizionamento organico, anche gli annunci devono essere muniti di parola chiava e ottimizzati.

I clienti di AdWords devono essere in grado di individuare un gruppo di parole chiave che rimandino alla loro attività. Fatto questo, devono offrire per esse una certa cifra. Il trucco sta nell’individuare un gruppo di keywords efficaci ma non troppo contese, in modo tale da non dover spendere esagerate somme di denaro per superare le grandi attività che già hanno pagato per la stessa keyword.

Per questo le aziende che vogliono investire in campagne AdWords si affidano a specialisti. Per dare vita ad una campagna efficace è necessario svolgere numerosi studi sul mercato e più prove sul campo.

Google AdWords e il Pay per Click

Google AdWords funziona con un sistema che prende il nome di Pay per Click (PPC).

Ogni click che viene effettuato da parte di un utente sull’annuncio pubblicitario fa sì che Google scali dal budget giornaliero la somma prestabilita, fino a quando il budget non si esaurisce. È quindi necessario decidere in precedenza il budget giornaliero e il prezzo che, come azienda, si è disposti a pagare a Google per ogni click.

Per evitare di spendere cifre enormi, è importante creare delle campagne che siano in grado di massimizzare il rapporto spesa/click.

Qual è la giusta campagna AdWords?

Gli inserzionisti possono scegliere fra due tipi diversi di campagna a pagamento:

  1.  Rete di ricerca: annunci che compaiono sulla pagina dei risultati di Google.   
  2. Rete display: annunci o banner che gli utenti visualizzano sui siti internet che offrono appositamente spazi pubblicitari.

Per scegliere la giusta campagna AdWords è importante capire ed analizzare il target di utenti che gli inserzionisti vogliono raggiungere.

Rete di ricerca

Gli annunci sponsorizzati compaiono quando l’utente effettua su Google una ricerca in funzione di una parola chiave. Questi annunci sono sullo stile dei risultati che compaiono al momento della ricerca stessa e vengono mostrati agli utenti sulla base di più fattori, tra cui il budget che l’inserzionista decide di investire e la pertinenza dell’annuncio stesso con le keywords ricercate.

Le inserzioni compaiono in alto e sulla destra della pagina di ricerca e si differenziano dai risultati organici, identificandosi come risultati sponsorizzati, grazie ad una label.

Si tratta di annunci di tipo testuale. L’inserzionista può inserire il titolo, la descrizione e l’URL.

Possono poi essere aggiunte estensioni per rendere l’annuncio più interessante.

Rete display

Gli annunci possono essere sponsorizzati su canali appositi offerti dai publicher, ovvero da chi aderisce ad AdWords offrendo spazi sul proprio sito, social network o app per la visualizzazione di annunci pubblicitari. I publisher ricevono in cambio una percentuale di guadagno a seguito di click sull’annuncio.

Questa rete dà anche la possibilità di utilizzare annunci multimediali (banner e video), oltre agli annunci testuali.

Devono, come gli altri, essere pertinenti con la keyword ricercata e con l’argomento trattato. Compaiono in funzione dei target a cui ci si vuole rivolgere, sulla base anche dei dati demografici degli utenti.

Una delle campagne display più efficaci è quella di remarketing. Questa consente di mostrare gli annunci agli utenti che già hanno visitato il sito o l’app dell’inserzionista. Si raggiungono così utenti più propensi all’acquisto, “inseguendoli” nelle loro successive operazioni sul web.

Privacy e sicurezza su Google AdWords 

Le inserzioni su Google AdWords devono ovviamente seguire regole e restrizioni su privacy e trasparenza. Gli utenti devono infatti essere in grado di poter riconoscere facilmente qual è il servizio o il prodotto offerto da un annuncio e il suo inserzionista.

È bene aver chiaro anche che non si può pubblicizzare qualsiasi tipo di prodotto o servizio. Sono vietati annunci riguardanti armi, alcool, tabacchi e sesso. Sono esclusi anche gli argomenti che riguardano oggetti o attività non legali. Vi sono poi alcune limitazioni che variano a seconda della Nazione in cui l’inserzionista desidera pubblicare il proprio annuncio.

Fare blogging: la strategia essenziale, dal piano editoriale alla promozione dei post

Chi non ha mai pensato “Che cosa ci vuole a gestire un blog? Basta solo iniziare a pubblicare post e articoli, il resto poi viene da sé.”? Eppure non è così. Non c’è affermazione più sbagliata quando si parla di fare blogging.

Non è infatti vero che gestire un blog è un gioco da ragazzi. Ed è soprattutto sbagliato pensare che basti solamente pubblicare post su post, senza alcun tipo di strategia.

Partiamo dal principio: cosa significa fare blogging?

La comunicazione è la base di tutto.

Fare blogging significa infatti comunicare e imparare a farlo con le parole, riuscendo quindi a trasmettere il giusto messaggio alle giuste persone e nel giusto momento. Significa essere razionali, senza però lasciare da parte l’immaginazione e la creatività. Sono questi infatti gli ingredienti da unire per cercare di condividere dei contenuti interessanti e di indirizzarli ad un pubblico ben preciso. Il tutto, senza dimenticare il proprio stile e il proprio punto di vista.

Una volta creato il proprio sito web, scelti i propri obiettivi ed individuato il pubblico di riferimento, è fondamentale capire che quantità non è sinonimo di qualità. I contenuti non devono essere necessariamente tanti, ma devono essere interessanti.

Fare blogging vuol dire anche conquistare i lettori e instaurare con loro un dialogo; conquistare la loro fiducia e costudirla, cercando di essere presenti e costanti.

Ma non dimentichiamo che alla base vi è anche un obiettivo di business ben preciso, che necessita quindi di piani e strategie.

Vi sono domande a cui è necessario saper rispondere prima di poter dare vita ad una seria ed interessante attività di blogging.

Quali sono gli argomenti di cui si vuole parlare?

Come si pensa di organizzare la pubblicazione dei vari contenuti?

Chi sono i tuoi lettori?

Per prima cosa è importante capire qual è il target di riferimento. Chi sono i nostri lettori?

Sicuramente la strategia cambia se si ha a che fare con adolescenti di quindici anni o con uomini di mezza età. Questo semplicemente perché gli interessi sono diversi, così come i bisogni, i desideri e le curiosità.

Chi scrive deve tenere presente il tipo di lettore che ha di fronte. L’obiettivo è quello di portare chi legge a non abbandonare la pagina e, nel migliore dei casi, a compiere esattamente ciò che il blogger desidera.

Stimolare la curiosità, trasmettere emozioni e sollecitare l’interesse non è sempre semplice, ma è l’unico modo per garantirsi una presenza costante sulla propria pagina.

Per alimentare la presenza dei lettori, è bene anche stabilire una relazione con loro. Interagire in modo costante, presentando il blog come un terreno fertile per il dialogo e il confronto. Invitare a rispondere a delle domande e ad offrire consigli o suggerimenti sancisce il passaggio da utenti passivi ad utenti attivi, permettendo la loro partecipazione e alimentando la loro fiducia nei confronti del blog stesso e di chi lo gestisce.

Pianificare i contenuti: cos’è una campagna di content marketing?

Quando si parla di campagne di content marketing si fa riferimento a piani che comprendono le varie strategie e gli elementi necessari per gestire e promuovere al meglio i propri contenuti e le proprie risorse.

La parte più impegnativa riguarda la pubblicazione stessa degli articoli.

Alla base troviamo la pianificazione della pubblicazione di un certo numero di articoli e l’identificazione di un certo ritmo editoriale.

Il ritmo editoriale si sceglie solitamente sulla base della lunghezza degli articoli da pubblicare. È sconsigliato, infatti, pubblicare con troppa frequenza articoli estremamente lunghi. Dipende anche dai contenuti degli articoli stessi.

Dopo aver organizzato il calendario editoriale, è importante pianificare anche i post per i social media. Condividere i contenuti del blog non è banale, ma anzi permette di raggiungere un numero di utenti sempre più altro e di far conoscere il proprio lavoro.

Una buona campagna di content marketing prevede anche una chiara Call to Action. Si tratta dell’invito rivolto ai lettori ad iscriversi al blog e alla mailing list. Può essere sotto forma di testo, di slogan, di pulsante o di immagine e viene inserito alla fine di ogni articolo. Porterà così gli utenti direttamente alla pagina dedicata all’iscrizione. Deve però essere accattivante ed offrire al lettore un certo tipo di incentivo, altrimenti non sarà semplice conquistarlo e portarlo ad iscriversi alla lista.

A quale scopo i lettori dovrebbero iscriversi se non viene offerto loro qualcosa di esclusivo? Non è facile riuscire ad individuare subito ciò che potrebbe attirare maggiormente la loro attenzione e partecipazione. Il trucco sta nel proporre contenuti e risorse che non riuscirebbero a trovare altrove.

Mai sottovalutare la fase di editing

La fase di editing è fondamentale, in quanto consiste nel modo in cui si sceglie di strutturare il proprio post: paragrafi, sottoparagafi, utilizzo di grassetti o corsivi, inserimento di spazi bianchi e di immagini. Tutto questo ha grande importanza perché detta il ritmo della lettura, agevolando la comprensione del contenuto e invogliando il lettore stesso a proseguire.

Inoltre, molti accorgimenti sono necessari per l’ottimizzazione e il posizionamento del blog sui motori di ricerca.

La promozione parte dalla SEO

Non basta saper dare vita a contenuti grandiosi, se poi questi non vengono promossi nel modo giusto. Dare visibilità al proprio blog è necessario e dipende dal lavoro di specialisti.

La SEO dà la possibilità di aumentare il traffico organico sul sito, assicurandogli un buon posto sulle pagine di Google. L’ottimizzazione ha come base le keywords. È necessario quindi comprendere come gli utenti utilizzano la rete per cercare il prodotto in questione. Lavorando sui contenuti testuali e multimediali delle pagine del blog sarà possibile garantire un buon posizionamento. Ovviamente affidandosi a degli esperti del settore.

Una strategia è per sempre?

È bene ricordare che, una volta individuata la propria strategia, non significa che questa sia valida per sempre.

Fare blogging comporta una costante attenzione verso il mondo che cambia. Tutto muta costantemente, portando a modificare anche gli interessi e le priorità delle persone. È importante quindi rimanere aggiornati ed essere pronti a cambiare, ad adattarsi e a migliorarsi.